Hai mai bevuto un PIWI?

Non stiamo parlando di qualcosa di strano ma sicuramente parliamo di qualcosa di alternativo. Parliamo di vini prodotti con vitigni PIWI, dal tedesco pilzwiderstandfähige che significa “resistente ai funghi” e indica quei vitigni ibridi che sono capaci di combattere spontaneamente le malattie fungine della vite come lo oidio e la peronospora, riducendo in modo significativo l’uso di pesticidi e ulteriori trattamenti.

Di solito, per evitare le malattie fungine della vite, si usano fitofarmaci o applicazioni di zolfo e rame che possono contaminare il suolo e le falde acquifere. I vitigni PIWI sono una soluzione innovativa per rendere la viticoltura più sostenibile, rispettosa dell’ambiente e della vite stessa.

Ma perché si è pensato all’ibridazione? Per necessità. Perché la diffusione nel 1845 dello oidio in Inghilterra e nel 1878 della peronospora in Francia ha dato un notevole impulso alla ricerca della soluzione a queste malattie fungine, partendo dall’idea di sfruttare la forza delle viti extraeuropee per dare alla vite europea una chance di sopravvivenza.

I vitigni PIWI nascono proprio per ibridazione naturale (non in laboratorio) cioè tramite l’unione di specie di vite diverse come appunto la vitis vinifera, la vite da vino europea, da cui gli ibridi prendono le caratteristiche qualitative e organolettiche con la forza delle viti americane o asiatiche. Il lavoro dietro questi nuovi vitigni è lungo e paziente: dopo avere fecondato il fiore femminile con il polline selezionato, si otterranno i semi che dovranno essere seminati e le piante, una volta germogliate, dovranno essere analizzate per valutarne l’affidabilità sia dal punto di vista della pianta stessa che dal punto di vista enologico.

I PIWI sono già molto diffusi nelle regioni viticole tedesche come Rheinhessen, Franconia e Palatinato e si stanno diffondendo anche in Polonia e Danimarca. In Italia le Università di Udine e di Trento hanno fatto grandi progressi nella ricerca di ibridi resistenti ai funghi e ad oggi le zone interessate al progetto PIWI sono Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Piemonte.

La Comunità Europea permette di produrre vini DOC solo da varietà di Vitis vinifera, ma permette a ogni stato dell’Unione di piantare viti ibride. Quindi per ora in Italia si possono usare i PIWI nella produzione di vini comuni e IGT, non ancora per i DOC e i DOCG. Come per ogni novità c’è un po’ di diffidenza nei confronti dei PIWI: l’obiezione principale sollevata dagli addetti ai lavori è che i nuovi vitigni non riflettono il terroir di origine e i vini sono meno complessi ed eleganti di quelli tradizionali.

Sicuramente possiamo dire che i nuovi vini prodotti da questi vitigni sono una nuova esperienza di gusto, un percorso per esercitare naso e palato al di fuori dei vitigni più classici: sicuramente sorseggiare un calice di Bronner, di Muscaris, di Solaris o di Souvignier per citarne alcuni, porterà senzasioni nuove, non riconducibili alle note di degustazione dei “genitori” che hanno generato questo vitigno resistente. Sarà necessario trovare parole nuove per descriverli.

Noi vi proponiamo i vini di Thomas Niedermayr che nelle sue vigne in Alto Adige, dal 2012 produce vini con vitigni PIWI e lascia che la natura sia “la forma più sublime di qualità”.

Li trovate qui, provateli e diteci cosa ne pensate. Salute!

 

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